raymond

Racconti · 2026-04-26 18:01:18
Pochissimi commenti su questo articolo.
Peccato che tra Gorizia e Lucca non sia la cosiddetta via dell'orto perchè questo articolo potrebbe essere idealmente scritto a quattro mani, almeno per le cose che conosco ed ho vissuto personalmente.
Mi associo in pieno. GIOANNI
Verissimo. Mi ha telefonato spesso per vedere se mi decidevo a comprare una canoa facendomi delle offerte davvero speciali ma io avevo ricominciato a correre e stavo preparando una maratona e disse che facevo bene.
Poi dopo che avevo già comprato il famigerato biposto lo trovai sulla nave per Piombino. Casualmente avevo con me il catalogo Rotomod (veramente lo portavo sempre con me e ci facevo l'amore molto spesso) e gli feci vedere cosa avevo comprato e cosa prima o poi avevo intenzione di comprare. Credo di aver usato per la prima volta in quella occasione la parola eretico ma non sono stato affatto scomunicato da lui.
controfirmo
Dario. Ricordo la lezione di "rientro ed eskimo" in una spiaggetta nei pressi di Procchio, non ne volevo proprio sapere..., mentre i miei compagni di classe si addestravano, io mi dedicavo allo sea-watching... . E che dire poi della mia repulsione per la "salita degli schiavi" l'erta scalinata dalla spiaggia di Biodola al camping, che dovevamo tutti i giorni risalire portando tutte le volte con noi l'attrezzatura di bordo. In fin dei conti ero venuto all'Elba per diventare un marinaio, non per arrampicare.
Dario Il 95 era l'anno della diffusione di massa del cellulare, io per�, da buon provinciale lo avevo fino a quel momento snobbato: mi ha fatto un certo effetto vedere Raymond in piena navigazione vicino a Capo Enfola, tra fondali blu e rocce granitiche, estrarre con disinvoltura il telefonino dal gavoncino posteriore per rispondere ad una chiamata di un amico. Anche Giovanni, quel pocobono, ne faceva largo uso per comunicare con i clienti, dato che in quei giorni risultava essere regolarmente in ufficio... .
A tal proposito, tra le varie critiche, mi ricordo rientrava appunto anche l'eccessiva onerosit� dell'attrezzatura proposta da Varraud... ma mi sembra evidente che chiunque voglia andar per mare con una certa sicurezza dovesse necessariamente essere equipaggiato in maniera decente. Un kayak robusto, dotato di gavoni, un buon salvagente, una muta, una pagaia affidabile, sono conditio sine qua non per una sicura navigazione.
Dario Mi riferisco soprattutto al fastidioso e noioso "fondamentalismo Inuit" come lo chiamo io, cio� in pratica l'ossessione del "navigare come gli Eskimesi", che mi sembra alquanto patetico e contraddittorio in un paese caldo e soleggiato come il nostro. E questo ha di fatto condizionato soprattutto la forma dei kayak e delle pagaie, che secondo me sono legati invece alle esigenze e ai gusti dei singoli praticanti, ai luoghi e alle stagioni, e non devono assolutamente essere omologati a standard predefiniti, tantomeno se questi sono artici. Ben vengano quindi kayak fluviali e da rodeo per chi preferisce giocare con le onde, o i sit on top per i goderecci e pocoboni che amano trattarsi bene... .


Ricordi degli esordi.
A Raymond, con riconoscenza.


di Dario Franceschin, Gorizia

Era l'estate del '93, ad un terzo del cammin della mia vita, arrancavo da un bel po' in una selva oscura e tenebrosa... quando mi ritrovai a passeggiare fra gli alberi a poca distanza dalla baia di Punta Corrente, a Rovigno, nella "mia" Istria, da sempre rassicurante rifugio contro il destino avverso... .
Non lontano dalla riva scorgo un pagaiatore solitario, appollaiato su un kayak sgangherato, che si godeva il paesaggio e la brezza mattutina. Interessante, pensai, quasi quasi potrei provarci anch'io. Ero passato varie volte davanti al noleggiatore di "sandolini" come li chiamano col�, ma non li avevo mai presi in seria considerazione, mi sembravano giocattoli da spiaggia come tanti altri. Mi imbarcai verso le 9 di mattina, e, brandendo maldestramente la rozza pagaia in alluminio, mi inoltrai all'interno della baia costeggiando la riva protetta dalle fronde degli alberi. Gironzolai un bel po' qua e l�, la prima impressione era positiva, apparve subito chiaro che la cosa mi coinvolgeva. Dopo qualche centinaio di metri raggiunsi un angolo particolarmente suggestivo, mi fermai per qualche minuto a contemplare i pesci del fondale, quando, abbagliato dai riflessi smeraldini dell'acqua, e inebriato dai profumi della vegetazione esotica circostante, fui assalito improvvisamente da uno stato di euforica esaltazione, che solo ora dopo tanto tempo, riconosco essere stato nientemeno che un possentiano accesso di poesia, tanto che urlai a me stesso: "ma come ho fatto a vivere tanti anni senza andare in canoa!!" Avevo gi� qualche vescica alle mani, ma ugualmente tutto mi pareva bellissimo e superlativo. Incominciai a pagaiare avanti e indietro, esplorando ogni angolo della baia, facendo slalom tra le rocce e tra le barche all'ancora. Poi mi avventurai anche all'esterno, in direzione delle isole, dove il va e vieni dei motoscafi sollevava qualche ondina preoccupante... allorch� l'esaltazione tipica dell'accesso poetico and� lievemente scemando, facendo affiorare il senso di inadeguatezza delle mie capacit� e soprattutto del mezzo.
Gi� allora, da neofita assoluto, intuii che per uscire in mare aperto avevo bisogno di qualcosa di pi� di quel guscio di vetroresina e di quella pagaia scassata. Non conoscevo l'esistenza di accessori specifici, non immaginavo i gavoni stagni, non avevo mai visto n� sentito parlare di un uso tipicamente marino del kayak; ma ormai il dado era tratto: in quel paio d'ore di "navigazione" mi ero gi� prefigurato quali sarebbero stati i passaggi successivi. La fantasia navigava ormai in alto mare, mi si erano aperti nuovi orizzonti, avevo iniziato a guardare il mondo sotto un altro punto di vista.
Ero conscio che da quel momento la canoa avrebbe rappresentato un qualche cosa di molto importante per me.
Ritornato in patria mi recai presso vari club nautici della regione per cercare dei maestri o almeno dei compagni di avventura. Ma quale delusione: da Trieste a Lignano trovai solamente agonisti e fluviali... . Tante canoe olimpiche e qualche mastello per gironzolare sottocosta... , mentre io avevo in mente ben altro, le mie idee erano precise e si potrebbero riassumere brevemente nello slogan "vivere il mare"! Mi iscrissi ad un club e presi diverse lezioni di pagaiata olimpica. Risultarono utilissime ai fini della propulsione, ma tutto finiva l�.
Io ero alla ricerca di ben altro.
Cercai conforto nelle letture, ma anche l� trovai ben poco, anzi niente... . Sulla nautica da diporto trovai pubblicazioni per tutti i generi di imbarcazione marina, dalla ciambella al transatlantico, ma sul kayak niente.
Mi sentivo solo.
Era ormai il mese di novembre, e, a forza di gironzolare, in un'edicola un po' pi� fornita delle altre feci la grande scoperta: "Canoa & Rafting" che faceva bella mostra di se in vetrina..., e che ti trovo dentro? Sorpresa delle sorprese, tutto quello che avevo in mente da qualche mese e che non vedevo realizzato da nessuna parte, tanto che immaginavo che non esistesse neanche, ovvero l'articolo sul raduno tenutosi in Gallura, l'estate precedente, con tanto di foto in cui apparivano decine di bellissimi kayak con la punta all'ins�, come non avevo mai visto prima. Testo e foto di un illustre sconosciuto: Raymond Varraud! Che figurava anche come il fondatore di una ancora misteriosa Associazione Italiana Kayak da Mare. Il nome prometteva bene, sicuramente era quello che cercavo.
Scriveva il Varraud nell'articolo: "L'immagine del kayak marino inteso come sport estremo che forse ci � stata venduta, � ormai decisamente tramontata; l'indirizzo ormai comune a tutti coloro che si occupano della promozione di questo sport � quello di far conoscere un modo nuovo, ecologico e salutare di fare del turismo nautico in piena tranquillit�, lasciando i raid e le traversate impegnative a un piccolo numero di kayakers estremamente preparati". Musica per le mie orecchie...
L'idea di partecipare ad un raduno del genere mi affascinava pi� di ogni altra cosa. Appurato il fatto che non dovevo inventarmi niente, visto che esisteva addirittura un'associazione apposita, mi applicai seriamente con l'aiuto dei numeri successivi di "Canoa & Rafting" nei quali il Varraud, illustrava vari aspetti del kayak marino. Quando lessi l'articolo nel quale si mettevano in risalto i pregi della pagaia a pale diritte mi commossi... erano ormai mesi che pagaiavo, ma la forma della mia Azzali Standard non la sopportavo. Non riuscivo ad accettare l'idea di doverla ruotare ogni volta che la immergevo, per me la pagaia doveva essere per forza a pale diritte, e il buon Raymond me lo confermava con argomentazioni inoppugnabili, almeno dal mio punto di vista.
Certo che questo Varraud era proprio un tipo tosto, pensai..., iniziai a idealizzarlo, era il primo e fino ad allora unico canoista marino di cui sapessi l'esistenza. Pass� un anno durante il quale pagaiai per qualche centinaio di chilometri, esplorando tutti i bacini d'acqua del circondario. Riuscii a trovare anche un kayak marino, il Seayak e la Azzali da mare a pale diritte. Nelle librerie comparve nientemeno che il Manuale del Kayak da Mare, preparato dallo staff tecnico dell'AIKM, che io studiai attentamente.
Poi, quando mi ritenni sufficientemente preparato, feci il grande salto, il primo corso di kayak da mare all'Elba, dove incontrai nientemeno che il Maestro in persona, che cavalcava un attrezzatissimo "Island of Sardinia". Era il luglio del 95. Io ero l'allievo n. 3, dopo Giovanni e Federico. Era la prima volta che venivo sull'isola, inutile dire che la trovai bellissima.
Raymond si dimostr� una persona affabile e cordiale, pronto alla battuta ma allo stesso tempo un istruttore serio, preciso, e soprattutto tollerante nei confronti della mia spiccata tendenza all'insubordinazione e alla paraculaggine, dalla quale non riuscivo proprio a sottrarmi. .
Il corso full-immersion, nel senso letterale dell'espressione dato che eravamo spesso a testa ingi�, dur� una settimana durante la quale imparai a "navigare come gli Eskimesi"! Alla fine mi sentivo un vero kayaker, pronto ad intraprendere qualsiasi avventura... , ma soprattutto mi sentivo all'altezza di iscrivermi all'Associazione e di partecipare ai raduni organizzati.
Lo feci l'anno successivo, nel 96. In febbraio, alla fiera di Rimini incontrai di nuovo il Varraud e conobbi diversi membri del direttivo AIKM. In quell'occasione ebbi modo purtroppo di constatare che le faccende interne dell'Associazione non erano in realt� vissute cos� serenamente come le foto dei raduni sardi lasciassero trapelare. Dai discorsi dei "coordinatori regionali", emergeva un senso di stanchezza e di nervosismo. Il tutto mi apparve chiaro con l'arrivo del mio primo "bollettino AIKM" nella primavera dello stesso anno. Grande fu la delusione quando appresi che i tre soci fondatori: Varraud, Medde e Cadoni, decretavano lo scioglimento dell'Associazione alla quale mi ero appena iscritto. La lettera di dimissioni del Varraud esprimeva "delusione e impossibilit� a gestire un sodalizio in cui le polemiche, il chiacchiericcio da bassa portineria, la mancanza di disponibilit� ad un dialogo serio e costruttivo da parte di alcuni, il prevalere delle antipatie personali sulla funzionalit� delle decisioni, rendono tutto troppo difficile e faticoso". Erano accuse gravi mosse contro i pi� stretti collaboratori.
Questa lettera segn� la fine della mia illusione di poter contare su una vasta organizzazione di settore. I mesi successivi partecipai a vari raduni organizzati da ormai ex membri AIKM ed ebbi modo di approfondire i motivi reali dello scioglimento. Constatai personalmente i temi del chiacchiericcio di cui accennava Raymond, che andavano persino a toccare tematiche strettamente personali che nulla avevano da spartire con il mondo del kayak. Respinsi tali argomentazioni e presi fin da subito le distanze dai certi suoi detrattori, ribattendo immediatamente, soprattutto di fronte al mugugnare per un ipotetico interesse economico di Raymond nella gestione di AIKM... e se anche fosse? Gran parte delle innovazioni, delle nuove creazioni nascono o hanno come effetto un interesse economico, o portano pi� o meno direttamente un beneficio tangibile all'ideatore o al promotore. Ma questo � stimolo per fare di pi� e meglio. E' la giusta ricompensa per chi ha iniziativa e propone beni e servizi che poi tornano utili a tutti.
A tutt'oggi poi mi sembra evidente che con la canoa non si diventa sicuramente ricchi, almeno nel nostro paese, si � no che si riesce a coprire le spese. E questo lo potrebbero confermare i pochi rivenditori di materiale, coloro che hanno diretto scuole di kayak, o gli editori delle poche riviste che erano presenti sul mercato fino a qualche tempo fa. Se qualcuno volesse arricchirsi � meglio che cambi indirizzo, visto che in tanti settori, da quello che si vede, i milioni si spendono senza tanti patemi d'animo, e senza tanti complessi realsocialisti...
Questa "scarsa propensione italica alla spesa" � dovuta al fatto che l'andar per mare in kayak non � preso sufficientemente in considerazione, almeno nel nostro paese. E' quasi un qualcosa di estraneo alla nostra cultura. Il kayak marino � sconosciuto ai pi� e viene considerato da molti degli stessi praticanti un accessorio da spiaggia o poco pi�, con scarsa coscienza delle sue potenzialit�. Basti pensare che in Italia vi � genericamente un'imbarcazione ogni 45 abitanti, contro i 10 - 15 di paesi come Francia o Germania.
Da qui il rimprovero del Varraud fatto a se stesso di "non aver saputo leggere e capire le reali forze di cui disponeva e quindi di aver forzato in avanti una macchina che forse andava frenata, peccando quindi di eccesso di entusiasmo".
Questa mia lettera di elogio nei confronti delle iniziative portate avanti agli inizi degli anni 90 da Raymond non implica necessariamente che mi trovi allineato sulle sue posizioni, anche se non ho ancora capito se certi temi sui quali si basava la vecchia AIKM, ereditati ora dal gruppo formato attorno alla rivista "Il Kayak da Mare" di Sergio Cadoni, fossero suoi propri o fossero frutto di compromessi con i suoi collaboratori.
In ogni caso resta in me la nostalgia per un periodo in cui sembrava che il kayak marino potesse assurgere al rango degli altri sport escursionistici di massa, come la mountain bike o lo sci, anzich� rimanere allo stadio larvale.

Abbi pazienza Raymond, e grazie lo stesso. Magari possiamo riprovarci tra qualche anno, magari escludendo accuratamente il "piccolo numero di kayakers estremamente preparati", visto che, come tu hai giustamente detto, "l'immagine del kayak marino inteso come sport estremo (nord? n.d.r.) � decisamente tramontata". Dario

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